Contesto
Sono pochissime le persone che possono affermare di essere prive di un’impronta digitale. L’impronta digitale è costituita da un mix di informazioni provenienti dai social media, eventi a cui abbiamo partecipato, traguardi raggiunti e occasionalmente anche notizie che ci riguardano. Tutte queste informazioni possono essere trovate facilmente grazie ai motori di ricerca.

L’insoddisfazione del sig. Costeja González con la sua identità digitale è stata l’origine della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea sul diritto all’oblio.

Caso
Il sig. González contestò i risultati della ricerca Google sul suo nome: nella lista infatti apparivano in posizione prominente due notizie legate alla messa all’asta della sua casa, i cui proventi servirono a coprire debiti previdenziali. Tali notizie erano state pubblicate da un giornale spagnolo più di 10 anni prima del reclamo, e i debiti erano stati soddisfatti; tuttavia, considerata la loro posizione di spicco su Google, questi risultati di ricerca stavano creando problemi professionali per il sig. González.

Procedimenti
Il sig. González presentò due reclami all’Agenzia spagnola di protezione dei dati nel 2010. Il primo reclamo richiedeva la soppressione della pagina dal sito web del giornale spagnolo, il secondo esigeva la rimozione del link dai risultati di ricerca di Google Spain e Google Inc.

L’Agenzia spagnola di protezione dei dati respinse il reclamo contro il giornale per la soppressione della notizia, in quanto legittimamente pubblicata, ma accolse la richiesta di eliminazione dei link dai risultati di ricerca di Google. Google Spain e Google Inc. presentarono ricorso davanti alla più alta corte spagnola, la quale riferì il caso alla Corte di giustizia della UE, chiedendole di pronunciarsi sul caso.

Sentenza
Il 13 maggio 2014, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha espresso risolutamente l’esistenza di un diritto all’oblio e ha stabilito, in concordanza con l’Agenzia spagnola per la protezione dei dati, la rimozione dei link facenti riferimento al sig. González da Google Spain e Google Inc.

I giudici non hanno richiesto che i dati siano automaticamente eliminati al decorrere di un certo periodo di tempo, ma hanno sottolineato il diritto di ogni individuo alla cancellazione di link a informazioni considerate “non adatte, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessive.”

Il risultato di questo caso in termini pratici è stata la creazione di un nuovo sistema di richiesta di deindicizzazione su Google ed altri fornitori di servizi come Bing: tutti i cittadini dei 28 Stati membri UE hanno ora accesso ad un formulario online per richiedere la rimozione di link a informazioni considerate “non adatte, irrilevanti o non più rilevanti”. Google ha nominato un team di esperti in materia legale per verificare la validità di ogni caso individuale, basandosi su criteri che includono la data di pubblicazione del materiale e l’interesse pubblico di accesso ai contenuti. Se la richiesta è approvata, Google invia un avviso al webmaster del sito in oggetto informando che tale articolo sarà scollegato dal nome della persona su Google. L’informazione rimane comunque online e può essere trovata con diversi parametri di ricerca. Ad esempio, un documento intitolato “Alexander Dalkirk interrogato in relazione al furto a 94 Old Road” può essere rimosso dalla lista dei risultati della ricerca “Alexander Dalkirk”, ma comparirà comunque nella ricerca di “furto a 94 Old Road”. Perciò, contrariamente a quanto suggerito dal nome, un articolo non viene “dimenticato” ma diventa semplicemente un pò più difficile da trovare. Ad oggi, Google ha ricevuto oltre 230.000 richieste di rimozione di informazioni, e ne ha respinte circa il 60%.

Valutazione

Questa sentenza ha sollevato numerose controversie, ed è stata criticata non solo dai gestori dei motori di ricerca, ma anche da attivisti per la libertà di espressione e per i diritti umani in generale.

Le critiche dal punto di vista legale sono mirate alla mancanza di chiarezza della sentenza della Corte per quanto riguarda il “diritto all’oblio”, il che crea molte incertezze quando si tratta di implementare la sentenza. Alcune aree evidenziate come problematiche sono la definizione estremamente ampia di “gestori dei dati” e il test di giusto equilibrio proposto dalla Corte, che sembra dare precedenza al diritto alla privacy rispetto agli altri diritti fondamentali, piuttosto che cercare un equilibrio.

La sentenza è poco chiara anche rispetto agli obblighi dei motori di ricerca e di altri intermediari che non siano Google. Cosa si intende esattamente con “motore di ricerca”? Google al momento controlla quasi il 90% del mercato degli operatori di ricerca, ma la sentenza è sufficientemente ampia da poter includere anche aziende più piccole, a volte con ambiti di ricerca più specializzati, che hanno meno risorse per gestire il “diritto all’oblio”. Inoltre, la sentenza afferma che il “diritto all’oblio” può essere limitato “considerando il ruolo che il soggetto dei dati ricopre nella vita pubblica”, ma non indica come analizzare questo limite tra figura pubblica e privata.

Al di là delle opinioni legali, le critiche si sono concentrate sul potenziale impatto negativo della sentenza. Alcuni critici temono che la sentenza possa portare a “violazioni di diritto silenziose”. La possibilità che i cittadini possano richiedere la deindicizzazione di informazioni ha sollevato questioni relative a un possibile ritocco di informazioni di pubblico interesse, come ad esempio fatti poco convenienti che hanno come soggetti funzionari pubblici. Sono state sollevate inoltre problematiche relative ad auto-censura e riscrittura della storia, considerato che qualsiasi individuo può richiedere la deindicizzazione di informazioni.

Le difficoltà di implementazione del “diritto all’oblio” sono state evidenziate, dalla gestione di una potenziale valanga di richieste ad una presa di posizione coerente con il resto del mondo rispetto a tali richieste di “diritto all’oblio”. Con la sentenza della Corte, il ruolo dei motori di ricerca è stato ridefinito in maniera sostanziale, ed essi sono di fatti divenuti giudici dei diritti fondamentali. Google non è più un semplice “intermediario” immune da obblighi di protezione dei dati; è invece obbligato ad avere un ruolo attivo nell’assicurarsi che gli individui abbiano un certo grado di controllo sulla loro identità digitale.

D’altro canto, la sentenza è stata accolta positivamente da chi ha espresso critiche riguardo il modo in cui i motori di ricerca ingrandiscono alcune parti delle nostre vite a discapito di altre. È stata apprezzata anche da Commissione europea che hanno sottolineato l’importanza della sentenza in aree come la riabilitazione di ex detenuti e per coloro che da bambini o adolescenti hanno postato commenti su internet di cui si sono in seguito pentiti.

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Maggiori informazioni su questo caso sono disponibili qui (in inglese).